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San Cristรณbal de Las Casas, Chiapas. C’รจ una nebbia fitta che scende dalle montagne e un’aria che sa di bruciato e di legna umida. ร il 1998, e Davide Diacci sta in piedi davanti alla porta di un locale per pochi pesos a notte. Ha le braccia lunghe, lo sguardo di chi ha visto troppe cose troppo in fretta, e una cicatrice invisibile sul cuore. Nessuno, tra la gente che entra masticando taco e mandando giรน sorsi di pox infuocato, puรฒ immaginare che quelle mani spesse, cinque anni prima, palleggiavano sul parquet tirato a lucido della Virtus Bologna.
Facciamo un salto all'indietro. Modena, 1974. Davide viene al mondo mentre i giradischi d'Europa sputano fuori il riff graffiante di Rebel Rebel di David Bowie. Un destino scritto nei solchi del vinile. Dieci anni dopo รจ un predestinato: 195 centimetri di pura classe, atletismo che brucia e una sfrontatezza olimpica.
Estate 1991. L'Europa sta cambiando pelle con il sangue e con il ferro. Mentre a Salonicco risuonano in radio il fischio di Wind of Change degli Scorpions e l'eco malinconica di Losing My Religion dei R.E.M., poco piรน a nord la Jugoslavia dei fenomeni sta andando in frantumi. Draลพen Petroviฤ e Vlade Divac non si parlano piรน. Quell'universo perfetto fatto di basket e fratellanza si sta dissolvendo sotto le bombe di Vukovar e i primi colpi di mortaio.
Ma a Salonicco, con la canotta azzurra dei Cadetti, Davide Diacci gioca come un dio. Batte la Grecia, batte i resti di quell'impero slavo che crolla, e si mette al collo una medaglia d'oro d'Europa.
Poi, il Rio delle Amazzoni.
Pochi anni dopo il trionfo, lo ritrovi su un barcone di legno marcio che scivola lento verso Manaus, in mezzo a pescatori che masticano foglie di coca e non sanno cosa sia un tiro da tre punti. Ma Davide pensa a Bologna, primavera 1993. La V nera. Il tempio di Piazza Azzarita. Ettore Messina in panchina, il palazzo che trema, la Virtus che si prende lo Scudetto.
Sulle frequenze radiofoniche domina la voce spezzata di Eric Clapton con Tears in Heaven. Diacci ha diciannove anni, un contratto da professionista, le chiavi della Serie A in tasca e il mondo dei giganti ai suoi piedi.
Eppure, proprio mentre la geografia del pianeta si ridisegna — con l'URSS che non c'รจ piรน, i confini europei riscritti e il consumismo spietato degli anni '90 che avanza —, Davide capisce il trucco. Il parquet รจ una prigione dorata. Le palestre profumano tutte dello stesso odore acre di linoleum e sudore freddo, gli alberghi di provincia si somigliano tutti.
Cosรฌ, a soli ventitrรฉ anni, quando gli altri firmano il contratto della vita, lui stringe i lacci dello zaino e scompare.
Dalla Bolivia sui passi impervi del Che, fino ai villaggi del Senegal a dorso d'asino, passando per le stanze affollate di un ostello a San Francisco. Galeano avrebbe detto che non si puรฒ fermare un "sentipensante" con un fischietto e quattro linee perimetrali.
Perchรฉ la vera vittoria di Diacci non รจ stata quell'oro a Salonicco, nรฉ lo scudetto con la Virtus: รจ stata la lucida follia di capire che il mondo fuori รจ infinitamente piรน grande di un rettangolo di gioco.
Ha scelto di non aspettare la sirena finale. ร uscito dal campo per iniziare a respirare e ha respirato per poi tornare a dire a tutti che la palla rotola sempre se riusciamo a metterla in discesa.
Fonte: Diario Sportivo

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