Michele Antonutti è “il primo tifoso della propria città”. Con la maglia della Snaidero Udine ha esordito in Serie A all’età di 16 anni, diventando poi a soli 22 il più giovane capitano della squadra friulana. Con quella stessa maglia, “tenuta nel comodino per dieci anni”, ha fatto poi il suo ritorno a Udine nel 2019, dopo una decade tra Montegranaro, Reggio Emilia, Caserta, Pistoia, Treviso e Biella. E sempre con quella maglia, Antonutti si è presentato al momento dell’omaggio finale alla sua carriera: il ritiro della numero 9, l’unica tra tutti gli sport del Friuli Venezia-Giulia. Un momento simbolico, che Antonutti stesso invita a interpretare non in maniera esclusiva, anzi. Per lui, “non è che nessuno potrà mai indossare quel numero, ma è un messaggio: un ragazzino di una piccola cittadina del nord-est d’Italia, credendo nei propri sogni, ce la può fare, non solo nella pallacanestro ma in tutti gli sport”.
Questo pensiero riassume bene la mentalità di Antonutti, sempre proiettata al futuro della propria città, sempre proattiva. Per questo, anche dopo il ritiro, è rimasto un punto di riferimento per la comunità locale, diventando ambassador di APU Udine e di Turismo Friuli Venezia Giulia, nonché Presidente della Commissione Tecnica del CONI della Regione. Un simbolo e una figura istituzionale, che in Friuli “hanno visto giocare tutti, dai nonni ai nipoti”, come dicono gli amici. Noi lo abbiamo intervistato per parlare di un momento tumultuoso e di grande cambiamento nell’ecosistema cestistico italiano.
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Parliamo di te come giocatore. A Reggio Emilia sei stato il miglior tiratore d’Europa, capitano dell’Under 20 e hai più di 90 presenze in Nazionale. Cosa puoi consigliare ai giovani Azzurri?
Amo seguire i giovani. Recentemente ci sono state le finali Under 15 qui a Udine, in cui ha vinto la Virtus Bologna con dei giocatori davvero di alto livello, e Udine stessa è alle finali Under 19 di Roma. Un giovane che ho seguito molto e con attenzione in questi anni è Francesco Ferrari di Bologna, perché mi ricorda me da giovane. A parte la struttura fisica, un giocatore magro, lungo e longilineo, la sfacciataggine di un ragazzo giovane che entra in campo senza paura. Questo oggi manca, e qui va il merito al giocatore. Anche quando è arrivato alla Virtus Bologna, si è fatto trovare pronto in ogni occasione. Ho fatto una chiacchierata con Dusko Ivanovic, che tratta anche i ragazzi più giovani come professionisti formati, secondo quello che possono dare, vivendo la pallacanestro come nei Balcani. A me poi piace anche molto seguire la Lega Adriatica, dove giocatori del 2006 o 2005 già sono protagonisti e giocano ad alto livello. L’idea di Suigo, che ha deciso di passare a Mega Basket, mi ha incuriosito molto, perché volevo vedere un nostro talento in quella scuola.
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Hai giocato con tanti fenomeni poi passati in NBA. Ci sono storie che ricordi con particolare piacere?
Sicuramente l’emozione di aver vissuto da vicino il passaggio di Sasha Vujačić ai Lakers. Quell’anno lì giocava a Udine, ho avuto la fortuna anche di stare in camera con lui e vivere tutti i passaggi della trattativa, sentire quelle chiamate da oltreoceano, sapere che era osservato. Ci diceva quando alle partite erano presenti gli osservatori di Houston o di altre squadre. L’ho visto passare da lì ai Lakers e parlare in italiano con Kobe Bryant: un’emozione unica.
Poi ho conosciuto anche Mike Penberthy, che ha vinto l’anello con i Lakers. Mi raccontava di Shaquille O’Neal, del personaggio che era e delle capacità di adattarsi al carattere di Kobe Bryant, due figure tanto mitologiche quanto difficili. Lui, essendo rookie, veniva mandato a prendere le colazioni tutte le mattine, parte di un rituale tipico negli Stati Uniti.
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A proposito di compagni, chiudiamo con una domanda a tema: quello che secondo te è stato il più “forte” in assoluto, quello proprio immarcabile, tra i giocatori che hai avuto in squadra o che hai affrontato.
Di immarcabili ce ne sono stati tanti. Tra gli italiani era Danilo Gallinari, perché aveva una struttura fisica che fino a quel tempo era propria dei pivot, mentre lui riusciva a portare su la palla, giocava dappertutto e mi toccava marcarlo ovunque. Non mi ha reso la vita facile, ma è una persona straordinaria con cui ho un super rapporto.
Un giocatore secondo me incredibile era Rimantas Kaukėnas. Anche lui non l’ho mai visto riposare, addirittura nel tempo libero faceva biathlon e triathlon, andava in bicicletta, a correre, a nuotare. Riusciva a far sentire vecchi anche i ragazzi, perché lui lo faceva a 33 anni. Ricordo anche l’esplosività di James White, quella capacità di schiacciare, di volare, oppure la leadership di Jerome Allen, che ha giocato anche in NBA. Quello che mi ha impressionato è che spesso questi grandi campioni avevano anche delle qualità umane straordinarie: le due cose, d’altronde, vanno spesso di pari passo.
tratto da Basket Universo
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